«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.»
Due parole su Matteo 11,25-30
C’è una domanda che un cavaliere cristiano, giunto alla maturità della fede, non può evitare.
Quante Messe abbiamo vissuto?
Se facessimo un rapido calcolo, scopriremmo che molti di noi hanno ascoltato il Vangelo migliaia di volte. Migliaia di Eucaristie. Migliaia di omelie. Migliaia di comunioni.
Eppure la domanda decisiva non è questa.
Quante volte Cristo ci ha realmente cambiato?
Quante volte siamo entrati in chiesa uscendo diversi da come eravamo entrati? Quante volte una parola del Vangelo ha spalancato davanti ai nostri occhi un mondo che fino a quel momento era rimasto nascosto?
Perché il problema della fede non è partecipare ai riti.
Il problema è accorgersi della Presenza.
Questo è il rischio più grande del cristiano adulto: non perdere la fede, ma abituarsi ad essa.
Ci si abitua alla Messa.
Ci si abitua ai sacramenti.
Ci si abitua persino alla Croce.
E ciò che era un avvenimento diventa un’abitudine.
Allora il cristianesimo smette di essere un incontro e diventa una pratica religiosa. Una devozione che sostituisce l’esperienza della fede.
Il cavaliere non è chiamato a custodire un’abitudine.
È chiamato a custodire uno stupore.
La preghiera che rivela il cuore di Dio
Il Vangelo su questo punto è straordinario.
Non ascoltiamo semplicemente un insegnamento di Gesù.
Entriamo nella sua preghiera.
È come se Matteo ci permettesse di ascoltare il dialogo eterno tra il Figlio e il Padre.
E ciò che colpisce immediatamente è che Gesù non domanda nulla.
Ringrazia.
«Ti rendo lode…»
Perché?
Che cosa vede Gesù di tanto grande nell’opera del Padre?
Scopre che Dio avrebbe potuto salvare il mondo in mille modi diversi.
Avrebbe potuto imporsi.
Costringere.
Convincere tutti con una dimostrazione irresistibile della propria potenza.
E invece sceglie la strada più fragile.
La libertà.
Per questo Gesù quasi si meraviglia.
La Trinità non è un meccanismo impersonale.
È una comunione di amore, nella quale ciascuna Persona contempla continuamente la bellezza dell’altra.
Gesù guarda l’opera del Padre e ne rimane affascinato.
Perché i sapienti non vedono?
«Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti.»
Quali cose?
I misteri del Regno.
I segni attraverso cui Dio rende presente la sua salvezza.
E qui nasce una domanda.
I miracoli erano forse nascosti?
No.
Gli storpi camminavano davvero.
I ciechi vedevano davvero.
I morti risorgevano davvero.
Tutti vedevano gli stessi fatti.
Eppure alcuni riconoscevano il Figlio di Dio.
Altri vedevano soltanto un uomo scomodo.
Perché?
Perché la fede non nasce dall’evidenza dei fatti.
Nasce dalla disponibilità del cuore.
Si può assistere a un miracolo e non vedere nulla.
Si può vivere accanto a Cristo e non incontrarlo mai.
I porci più importanti dell’uomo
C’è un episodio del Vangelo che forse descrive meglio di ogni altro questa tragedia.
Gesù libera un uomo posseduto dai demòni.
Era un uomo distrutto.
Si feriva con le pietre.
Viveva tra i sepolcri.
Nessuno riusciva più a fermarlo.
Quando Gesù lo libera, permette ai demòni di entrare in una mandria di porci che precipita nel lago.
Che cosa fanno gli abitanti del villaggio?
Ringraziano?
Esultano?
Si commuovono davanti a quell’uomo finalmente restituito alla sua dignità?
No.
Pregano Gesù di andarsene.
Perché?
Perché avevano perso i porci.
È una delle pagine più drammatiche del Vangelo.
Preferiscono i loro beni alla salvezza di un fratello.
Preferiscono il patrimonio, ciò che sapevano di avere, all’uomo.
Preferiscono ciò che possiedono a Colui che salva.
E qui il Vangelo smette di raccontare una storia antica.
Comincia a raccontare noi.
Quali sono oggi i nostri porci?
Il prestigio.
La carriera. L’incarico.
Le nostre idee.
Il ruolo.
L’appartenenza.
Perfino le opere buone.
Perfino le nostre associazioni.
Perfino i nostri “Ordini”.
Tutto può diventare più importante di Cristo.
Anche la religione. La dottrina, la liturgia, la devozione, il sacro!
Il cavaliere adulto deve avere il coraggio di domandarselo.
Che cosa difendo veramente?
Cristo?
Oppure il mio recinto? Quello che io penso di essere o di avere?
Perché Dio sceglie i piccoli?
Gesù non dice che Dio ama l’ignoranza.
Dice qualcosa di infinitamente più profondo.
I piccoli sono coloro che non hanno smesso di lasciarsi sorprendere.
Il sapiente pensa di sapere già.
Il piccolo continua a domandare.
Il sapiente giudica Dio.
Il piccolo si lascia giudicare da Dio.
Il sapiente pretende di possedere la verità.
Il piccolo desidera appartenere alla Verità.
Per questo Dio può rivelarsi soltanto ai piccoli.
Perché soltanto chi è povero può ricevere un dono.
Matteo: quando Cristo rompe un destino
Non è un caso che questo brano sia raccontato proprio da Matteo.
Chi era Matteo?
Un pubblicano.
Un esattore delle tasse.
Un uomo protetto dai soldati romani perché tutti sapevano che rubava.
Un collaborazionista.
Un traditore del proprio popolo.
Ormai si era abituato a quella vita.
Aveva imparato a convivere con il proprio peccato.
Aveva smesso perfino di aspettarsi qualcosa di diverso.
Ma Cristo passa.
Lo guarda.
Gli dice soltanto:
«Seguimi.»
E Matteo si alza.
Perché?
Perché nessun uomo, nemmeno il più corrotto, riesce a soffocare completamente il desiderio di essere raggiunto da Cristo.
Esiste in ciascuno di noi un punto che nessun peccato riesce a occupare.
Lì Cristo continua a bussare.
Ed è a quel punto che si rivolge quando dice:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi.»
Non parla alla parte superficiale della nostra vita.
Parla al cuore.
A quel luogo dove l’uomo continua a desiderare l’infinito anche quando finge di accontentarsi.
Il compito del cavaliere adulto
Il cavaliere cristiano non è l’uomo che sa tutto.
È l’uomo che continua a lasciarsi educare.
La maturità della fede non consiste nel possedere molte risposte.
Consiste nel non perdere mai la capacità di stupirsi.
Ogni Messa dovrebbe essere un nuovo incontro.
Ogni Vangelo una nuova chiamata.
Ogni giorno una nuova possibilità di riconoscere Cristo che passa.
Per questo la vera cavalleria non nasce dall’armatura.
Nasce dall’umiltà.
Perché solo un cuore piccolo riconosce il Re quando passa.
E solo chi continua a lasciarsi sorprendere dalla sua Presenza potrà davvero servire la Chiesa, amare gli uomini e attraversare la storia senza perdere la speranza.
Questa è la grande responsabilità del cavaliere adulto: custodire nel cuore lo stupore dei piccoli, affinché Cristo non diventi mai un ricordo, una dottrina, una nostalgia di qualcosa che è stato, ma rimanga l’Avvenimento presente che giudica, illumina e salva tutta la nostra vita dentro la compagnia della Chiesa.
Sì! La Chiesa è la compagnia che Cristo fa all’uomo lungo il cammino della vita: una compagnia spesso segnata dalla fragilità dei suoi membri, ma mai abbandonata dal suo Signore. Egli stesso ha promesso: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Per questo il cavaliere cristiano non ama un’idea di Cristo separata dalla Chiesa, ma ama la Chiesa perché ama Cristo, certo che, nonostante le prove della storia, essa rimarrà sempre il luogo privilegiato della Sua presenza e della Sua salvezza.
Breve bibliografia
- Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Libreria Editrice Vaticana.
- Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Queriniana.
- Sant’Agostino, Confessioni.
- San Bernardo di Chiaravalle, Elogio della nuova cavalleria