Giancarlo Restivo

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«Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.»

Ogni volta che nella storia della Chiesa esplode una crisi, emerge una tentazione ricorrente: dimenticare che la Chiesa è anzitutto un mistero di fede e cominciare a giudicarla come si giudicherebbe una qualsiasi istituzione umana. È una tentazione antica quanto il cristianesimo stesso, ma oggi appare particolarmente evidente nel dibattito seguito alle consacrazioni episcopali compiute dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X il 1° luglio 2026.

Le reazioni sono state immediate e polarizzate. Da una parte chi ha visto nella Fraternità l’ultima custode della Tradizione; dall’altra chi ha letto il gesto come una ribellione inaccettabile all’autorità del Romano Pontefice. Ma entrambe le posizioni rischiano di condividere lo stesso errore: guardare la Chiesa con categorie prevalentemente politiche.

La Chiesa non è una realtà soltanto umana

Quando si osserva la Chiesa come si osserva uno Stato, un partito o un’associazione, il ragionamento diventa inevitabilmente politico.

Ci si chiede da che parte stare.

Chi ha vinto.

Chi ha perso.

Chi rappresenta il vero cattolicesimo.

Chi è il conservatore e chi il progressista.

Ma questa non è ancora la prospettiva della fede.

Il Credo non dice: «Credo nella perfetta organizzazione ecclesiastica». Dice: «Credo la Chiesa».

La Chiesa è oggetto di fede perché la sua origine non è negli uomini ma in Cristo.

È Lui il vero Capo della Chiesa.

Come ricorda san Paolo:

«Egli è il capo del corpo, della Chiesa» (Col 1,18).

I Papi passano.

I vescovi passano.

Le epoche passano.

Cristo rimane.

Quando questo dato viene dimenticato, la Chiesa smette di essere un mistero e diventa semplicemente un’organizzazione da giudicare secondo categorie umane.

Il rischio dell’ideologia

La vicenda della Fraternità San Pio X ci costringe a porci una domanda più radicale.

È possibile sostituire la fede con qualcos’altro?

La storia risponde di sì.

Si può sostituire la fede con la politica.

Si può sostituire la fede con la sociologia.

Ma si può anche sostituire la fede con la stessa dottrina.

Questa affermazione può sembrare paradossale.

La dottrina è indispensabile.

La liturgia è indispensabile.

La Tradizione è indispensabile.

Ma nessuna di queste realtà coincide con la fede.

La fede è l’incontro vivo con Cristo che genera un modo nuovo di guardare tutta la realtà.

Come amava ripetere don Luigi Giussani:

«Il cristianesimo è l’avvenimento di un incontro.»

La dottrina custodisce questo incontro.

La liturgia lo celebra.

La Tradizione lo trasmette.

Ma se Cristo non è più il centro, anche la dottrina può diventare un’ideologia.

È questo il rischio di ogni integralismo: identificare la fede con la perfetta conservazione di una forma.

Allo stesso modo, il progressismo ecclesiale corre il rischio opposto: identificare la fede con l’adattamento continuo al mondo.

Le due posizioni sembrano contrapposte.

In realtà condividono lo stesso errore.

Entrambe mettono qualcosa al posto di Cristo.

I santi: il vero criterio della storia

Per comprendere questa dinamica basta guardare ai grandi santi riformatori.

San Bernardo di Chiaravalle visse una Chiesa attraversata da lotte, antipapi e profonde tensioni politiche. Eppure scriveva al Papa Eugenio III:

«A te sono state affidate le chiavi.»

Lo ammoniva con franchezza, ma non mise mai in discussione il principio petrino.

San Francesco vide una Chiesa ricca e spesso incoerente.

Non fondò una contro-Chiesa.

Andò dal Papa per chiedere l’approvazione della sua Regola.

Perché aveva compreso che il carisma autentico cerca sempre la comunione ecclesiale.

Santa Caterina da Siena rimproverò duramente Gregorio XI.

Ma continuò a chiamarlo:

«Il dolce Cristo in terra.»

Distinse sempre l’uomo dall’ufficio.

Sant’Ignazio di Loyola, nel pieno della crisi protestante, fondò un Ordine caratterizzato da un quarto voto: speciale obbedienza al Romano Pontefice per le missioni.

Nessuno di questi santi ignorò i problemi della Chiesa.

Nessuno li minimizzò.

Ma nessuno pensò che la soluzione fosse costruire un’autorità alternativa.

La Tradizione è una realtà vivente

Uno degli equivoci più diffusi consiste nel considerare la Tradizione come un deposito immobile.

In realtà la Tradizione è la vita stessa della Chiesa che attraversa la storia.

San Vincenzo di Lerino parlava di uno sviluppo della dottrina che cresce

«secondo il medesimo significato e la medesima sentenza.»

Molti secoli dopo Benedetto XVI avrebbe ripreso questa intuizione parlando dell’ermeneutica della riforma nella continuità.

La Tradizione non cambia identità.

Ma cresce.

Come cresce un uomo che rimane sempre sé stesso.

Ridurre la Tradizione a una fotografia di un determinato momento storico significa, paradossalmente, tradirne la natura.

La credibilità dell’autorità

Questo non significa che ogni scelta pastorale sia immune da errori.

La storia dimostra il contrario.

Anche i Pastori possono sbagliare nelle decisioni prudenziali.

Anche nella Chiesa possono verificarsi abusi liturgici, dottrinali o disciplinari.

Per questo l’autorità deve essere percepita come realmente giusta.

Se è doveroso intervenire contro consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, è altrettanto necessario affrontare con chiarezza le derive dottrinali e pastorali che disorientano i fedeli.

Due errori non si compensano.

Ma la giustizia ecclesiale deve apparire imparziale.

Solo così l’autorità conserva la propria credibilità.

Il senso soprannaturale della Chiesa

Alla radice di questa crisi, tuttavia, non c’è soltanto un problema canonico.

C’è una crisi del senso soprannaturale della Chiesa.

Quando la Chiesa viene percepita principalmente come una realtà sociologica, inevitabilmente si finisce per ragionare in termini di schieramenti.

Tradizionalisti contro progressisti.

Destra contro sinistra.

Conservatori contro innovatori.

Ma la Chiesa non è un partito.

È il Corpo di Cristo.

Ed è proprio questo il punto che la storia ci consegna.

Ogni volta che la Chiesa ha attraversato grandi crisi, Cristo non ha suscitato anzitutto nuovi programmi.

Ha suscitato santi.

Non uomini perfetti.

Non strateghi.

Ma uomini e donne talmente afferrati da Cristo da rendere nuovamente credibile il Vangelo.

Per questo la domanda decisiva non è:

«Chi ha ragione?»

La domanda è un’altra.

«Sto vivendo la fede come appartenenza a Cristo oppure sto vivendo la Chiesa come appartenenza a uno schieramento?»

Perché quando la fede viene sostituita dall’ideologia, anche la migliore dottrina può diventare motivo di divisione.

Quando invece Cristo torna ad essere il centro, la verità e la comunione cessano di essere rivali e tornano ad essere ciò che sono sempre state nella storia della Chiesa: i due volti inseparabili dell’unica fede apostolica.

Chiudo dicendo:

La vera questione, allora, non è anzitutto canonica né politica. È una questione di fede.

L’unità della Chiesa non nasce da un compromesso tra posizioni diverse, né da un equilibrio tra conservatori e progressisti. L’unità è il frutto della fede, perché nasce dal riconoscimento di una Presenza che ci precede e ci unisce: Cristo vivo nella sua Chiesa.

Quando questo sguardo si affievolisce, la Chiesa viene inevitabilmente giudicata come una qualsiasi realtà umana: un’istituzione da approvare o contestare, un partito con le sue correnti, un’organizzazione in cui scegliere da che parte stare. Ma la Chiesa non è un partito. È il Corpo di Cristo.

Gli uomini della Chiesa possono sbagliare, possono peccare, possono perfino ferire la comunione. Ma Cristo non viene mai meno alla promessa fatta alla sua Chiesa. Per questo, nei momenti più oscuri della storia, il Signore non ha mai abbandonato il suo popolo: ha suscitato santi che hanno rinnovato la Chiesa dall’interno, senza separarsene, rendendo nuovamente visibile la bellezza del Vangelo.

È questo il criterio con cui giudicare anche le crisi del nostro tempo. Non chiedersi semplicemente chi abbia ragione, ma domandarsi dove oggi Cristo continui a educare il suo popolo alla verità, alla comunione e alla santità. Perché la Chiesa non vive della forza degli uomini, ma della fedeltà di Dio, che continua a guidarla nella storia fino al giorno in cui sarà Lui stesso a manifestarne pienamente il compimento.

Prof. Giancarlo Restivo, direttore Schola “Carlo Magno” www.carlomagno.org

Bibliografia essenziale

  • Bibbia, CEI 2008.
  • Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, 1992.
  • Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, 1964.
  • San Vincenzo di Lerino, Commonitorium.
  • Sant’Ignazio di Antiochia, Lettere.
  • San Cipriano di Cartagine, De unitate Ecclesiae.
  • Sant’Agostino, La Città di Dio; Commento al Vangelo di Giovanni.
  • San Bernardo di Chiaravalle, De Consideratione; De laude novae militiae.
  • Santa Caterina da Siena, Epistolario.
  • Sant’Ignazio di Loyola, Costituzioni della Compagnia di Gesù; Esercizi Spirituali.
  • San Pio X, Pascendi Dominici Gregis (1907); Vehementer Nos (1906).
  • Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005 (sull’ermeneutica della riforma nella continuità).
  • Henri de Lubac, Meditazione sulla Chiesa.
  • Yves Congar, Vera e falsa riforma nella Chiesa.
  • John Henry Newman, Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana.
  • Luigi Giussani, Il senso religioso; All’origine della pretesa cristiana; Perché la Chiesa.
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