di Giancarlo Restivo
Ho appreso con stupore del provvedimento nei confronti di Vincenzo Lucisano. La notizia mi ha colpito anzitutto perché riguarda un uomo con cui ho condiviso un cammino, del quale ho potuto conoscere la disponibilità e il desiderio di servire. Non possiedo tutti gli elementi per entrare nel merito della decisione. Posso però testimoniare ciò che ho incontrato: un amico che prende sul serio il bisogno degli altri e che, attraverso la propria vita, rende concreta la dimensione del servizio.
Vincenzo frequenta il percorso della Schola “Carlo Magno” e della Scuola di Cavalleria Cattolica. Quest’anno, proprio per sua volontà, abbiamo condiviso con il CISOM il percorso dedicato agli ordini nella Chiesa. Gli sono grato per aver voluto questo incontro, per aver favorito uno spazio in cui conoscere una storia e interrogarci sulle ragioni che possono renderla viva oggi. Gli sono grato anche per aver scritto l’invito alla lettura presente nel libro nato dai nostri incontri: un contributo che custodisce il segno di un’amicizia e di una responsabilità condivisa.
La notizia diventa allora un’occasione per tornare alla domanda che accompagna tutto il nostro lavoro: che cosa significa essere cavaliere?
La risposta comincia dal modo in cui si guarda una persona. Dal riconoscere che il suo bisogno ci riguarda. Il malato, il povero, chi è solo, chi attraversa una difficoltà chiedono una presenza, prima ancora di una spiegazione. La vocazione cavalleresca prende corpo quando un uomo accetta di lasciarsi coinvolgere da questa domanda e mette a disposizione il proprio tempo, le proprie capacità, le proprie forze.
Servire significa accorgersi che la vita ci è stata affidata e che trova compimento nel dono. Per il cristiano, questo movimento ha un volto preciso: Cristo, che si china sull’uomo e lo ama fino in fondo. È guardando Lui che il servizio può rinnovarsi anche quando la fatica cresce, il riconoscimento manca e ciò che abbiamo costruito sembra diventare fragile.
Qui si comprende anche il significato del portare la croce.
Ci sono circostanze nelle quali il dolore tocca proprio ciò a cui abbiamo dedicato il cuore. Ci si sente feriti, amareggiati, talvolta incompresi. La fede permette di portare dentro questa esperienza una domanda: Signore, come posso continuare ad amare dentro ciò che mi sta accadendo? Come posso custodire la verità senza lasciare che l’amarezza occupi tutto lo spazio del cuore?
Portare la croce è consegnare a Cristo anche questa ferita. Significa attraversare la prova cercando la verità, esercitando la propria responsabilità e domandando di restare liberi dal rancore. La dignità di una persona rimane più grande della circostanza che sta vivendo; il bene compiuto continua a interpellare chi lo ha ricevuto e chi ne è stato testimone.
Ma la croce rivela anche quanto abbiamo bisogno di una compagnia. Persino lungo la via del Calvario c’è un uomo chiamato a sostenere un peso. Questa presenza ci ricorda qualcosa di essenziale: abbiamo bisogno di amici che ci aiutino a camminare quando le nostre forze sembrano insufficienti.
La fraternità acquista consistenza proprio in questi momenti. Diventa ascolto, vicinanza, disponibilità concreta. Diventa il coraggio di rimanere accanto a una persona, aiutandola a custodire le ragioni del proprio impegno e a guardare la realtà con libertà.
Per questo desidero dire a Vincenzo una cosa semplice: non sei solo. Hai amici su cui contare.
Il cammino condiviso ci rende responsabili gli uni degli altri. La tua presenza, il servizio che hai testimoniato e il contributo che hai dato alla nostra esperienza suscitano gratitudine. Anche adesso vogliamo esserti vicini, con discrezione e verità.
Continuiamo a cercare insieme ciò che rende un uomo cavaliere: un cuore educato a riconoscere Cristo, una libertà che accetta di servire, una fedeltà che cresce dentro le circostanze. E una compagnia nella quale ciascuno possa trovare, soprattutto nell’ora della prova, qualcuno disposto a portare con lui un tratto di strada.