Giancarlo Restivo

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Cristo ha attraversato fino in fondo la solitudine dell’ultima prova.
Non una solitudine teatrale, non una posa spirituale, ma quella condizione estrema in cui vengono meno gli appoggi, le conferme, le presenze umane, e l’uomo resta esposto solo alla verità del proprio cuore.

È lì che si decide tutto.

Perché l’ultima prova è sempre la solitudine della libertà.
Quando non c’è più il consenso degli altri, quando il gruppo si ritira, quando il sostegno affettivo si spegne, quando perfino il linguaggio abituale non regge più, allora emerge ciò che uno ama davvero.

Io sono ciò che amo.
E ciò che amo si vede soprattutto nella solitudine.

La libertà, infatti, non si manifesta prima di tutto nelle grandi dichiarazioni, ma in ciò a cui uno aderisce quando resta solo.
Nel punto in cui nessuno può sostituirsi a lui.
Nel punto in cui non si può più barare.

Ed è qui che bisogna capire fino in fondo anche che cosa significhi credere.

Oggi, infatti, quasi inevitabilmente, quando si dice: “io credo”, si intende spesso: “io penso”, “io sento”, “mi pare”, “è la mia opinione”.
Ma questo non è il significato originario e cattolico della fede.

Per la grande tradizione cristiana, credere non significava affatto abbandonarsi a un sentimento vago o a una supposizione privata.
Credere voleva dire riconoscere come vero qualcosa che si impone alla ragione e alla libertà come un fatto oggettivo.
La fede non era il rifugio della soggettività, ma il riconoscimento di una Presenza.

Una presenza che io non produco.
Che non invento.
Che non costruisco con la mia sensibilità religiosa.
Che non nasce dal mio bisogno psicologico.
Che incontro.

Questo è il punto decisivo.

La fede cristiana nasce da un incontro reale con un fatto che accade nella storia.
E proprio perché è un fatto, può essere riconosciuto non solo da me, ma anche da tutti.
Con modalità personali, certo, ma non arbitrarie.
Perché ciò che è vero non è “vero per me”: è vero.

La verità non è un’emozione ben riuscita.
Non è una vibrazione interiore.
Non è una preferenza spirituale.

La verità è una presenza che si offre, che si lascia incontrare, che giudica la vita e che chiede alla libertà di aderire.

In questo senso, una delle grandi fratture introdotte dalla modernità religiosa — e in particolare dal protestantesimo — è stata proprio la progressiva riduzione della fede a sentimento soggettivo, a rapporto interiore immediato, sganciato dal dato oggettivo della presenza storica di Cristo nella Chiesa.

Lì dove la fede non è più il riconoscimento di una presenza oggettiva, diventa inevitabilmente interpretazione personale.
E quando diventa interpretazione personale, non si parla più di certezza, ma di parere.
Non si parla più di evidenza, ma di ipotesi.
Non si parla più di obbedienza alla realtà, ma di misura individuale.

E da qui nasce l’uomo religioso moderno: apparentemente devoto, ma in fondo chiuso dentro se stesso.
Uno che non segue più un fatto, ma il riflesso che quel fatto produce dentro di lui.

Ma il cristianesimo non è questo.

Il cristianesimo è il contrario della religione immaginata dall’uomo.
È il gesto con cui Dio entra nella storia, prende un volto, assume un corpo, genera un popolo e rimane presente in una compagnia visibile.

Per questo Cristo oggi si incontra nella Chiesa.
Non in un vago spiritualismo, non in una nostalgia dell’assoluto, non in una cavalleria sognata, ma nella concretezza scandalosa, umana, storica, sacramentale della Chiesa cattolica.

Ed è proprio qui che si decide anche la verità della cavalleria.

Perché un uomo adulto — e dunque un vero cavaliere — non si accontenta di emozioni, simboli, atmosfere, mantelli, formule, genealogie o parole solenni.
Un uomo adulto vuole andare a fondo dell’esperienza.
Vuole sapere dove Cristo è presente davvero.
Vuole sapere dove la sua libertà può essere educata, corretta, purificata e salvata.

Il cavaliere cristiano non cerca un’identità da indossare.
Cerca un’appartenenza vera in cui consegnare la vita.

E in questo senso san Bartolo Longo è un paradigma straordinario del cavaliere contemporaneo.

Perché la sua conversione non fu un semplice mutamento di idee.
Fu una rottura reale.
Fu un combattimento.
Fu una solitudine.

Per seguire la verità, Bartolo dovette staccarsi da un ambiente che lo aveva sedotto, formato e in qualche modo anche accolto.
Dovette rinunciare a un mondo esoterico che gli prometteva accesso al mistero e invece lo stava portando lontano dalla realtà.
Dovette accettare di essere guardato con sospetto, di essere lasciato solo, di essere abbandonato anche da vecchie amicizie.

Ecco la prova.

Non fu un passaggio romantico.
Fu il prezzo della libertà.

Perché ogni volta che un uomo passa dall’illusione alla verità, paga qualcosa.
Ogni volta che uno esce da un ambiente ideologico o settario, sperimenta una forma di nudità.
Ogni volta che uno smette di servire se stesso, conosce la ferita dell’isolamento.

Ma proprio lì Bartolo Longo ha mostrato che cosa sia un cavaliere cristiano:
uno che accetta di restare solo pur di non tradire il vero.

E il vero, per lui, non fu una teoria.
Fu una presenza storica: Cristo vivo nella Chiesa.

Non Cristo “come io lo sento”.
Non Cristo “come lo interpreto io”.
Non Cristo “come mi sembra più puro”.
Ma Cristo così come si rende presente nel corpo storico che Egli stesso ha voluto: la Chiesa.

Ed è qui che si capisce anche un criterio decisivo per riconoscere l’atteggiamento ereticale.

L’eretico, prima ancora di essere uno che sbaglia una formula, è uno che assume un certo atteggiamento davanti al reale.
È uno che, in fondo, mette la propria misura sopra la misura della Chiesa.

E infatti la sua frase tipica, in una forma o nell’altra, è sempre la stessa:

“La Chiesa non capisce.”

La Chiesa non capisce.
La Chiesa non è abbastanza profonda.
La Chiesa non coglie il simbolo.
La Chiesa è troppo semplice.
La Chiesa è rimasta indietro.
La Chiesa non comprende il vero spirito delle cose.

Questa è la voce costante dell’orgoglio religioso.

Perché l’eresia, alla radice, non è prima di tutto un errore intellettuale: è un atto di superbia.
È la pretesa che il mio sguardo sia più adeguato della forma con cui Cristo ha deciso di restare nel mondo.

Ma se Cristo ha voluto la Chiesa, allora il punto non è se la Chiesa coincide con la mia misura.
Il punto è se io sono disposto a lasciarmi correggere da ciò che Cristo ha posto nella storia.

Per questo il santo si riconosce in modo opposto.

Come si riconosce un santo?

Non anzitutto perché ha esperienze straordinarie.
Non perché ha un linguaggio suggestivo.
Non perché possiede simboli affascinanti.
Non perché appare “spiritualmente elevato”.

Il santo si riconosce perché ama la Chiesa.

La ama anche quando costa.
La ama anche quando non capisce tutto.
La ama anche quando questa obbedienza ferisce il proprio amor proprio.
La ama fino al sacrificio della propria misura.

Il santo è uno che preferisce perdere se stesso piuttosto che perdere il legame con il luogo scelto da Cristo per restare presente.

E proprio per questo il santo non è affatto debole, molle o accomodante.
Al contrario.

Il santo ha una carità violenta verso la verità.
Ha una tenerezza inflessibile.
Ha una mansuetudine capace di guerra.

Perciò, davanti a chi insinua con compiacimento che “la Chiesa non capisce”, il santo reagisce con lo stesso zelo con cui Cristo scacciò i mercanti dal tempio.
Non per spirito settario.
Non per difesa corporativa.
Ma perché sa che lì viene ferito il luogo della Presenza.

E chi ama davvero non lascia profanare ciò che ama.

Per questo bisogna dirlo con chiarezza:
non esiste alcuna cavalleria cristiana fuori dalla Chiesa.

Può esistere una nostalgia.
Può esistere una scenografia.
Può esistere una retorica.
Può esistere perfino una disciplina esteriore.

Ma non la cavalleria cristiana.

Perché il cavaliere cristiano non è colui che indossa un mantello.
È colui che si lascia educare, correggere, giudicare e inviare dalla Chiesa.

È colui che vive e verifica ciò che la Chiesa propone.
Che la frequenta.
Che la serve.
Che la difende.
Che si inginocchia dentro di essa.
Che combatte per custodire una Presenza che non gli appartiene.

Il cavaliere cristiano non è il proprietario del sacro.
È il servitore di un Mistero ricevuto.

E se questo non accade, allora tutto si riduce a estetica religiosa, a identità compensativa, a liturgia dell’io.

Non a caso la Scrittura e la liturgia custodiscono un monito durissimo e purissimo:

“Il Signore abbatte cavallo e cavaliere.”

Che cosa vuol dire?

Vuol dire che Dio distrugge ogni pretesa di autosufficienza eroica.
Abbatte l’uomo che si crede forte da sé.
Abbatte la cavalleria che si fa idolo di se stessa.
Abbatte l’orgoglio spirituale che vuole salvarsi con la propria immagine.

Perché il vero cavaliere cristiano nasce solo quando l’uomo smette di adorare il proprio cavallo.

Nasce quando accetta di essere salvato.
Nasce quando capisce che non si appartiene.
Nasce quando riconosce che la verità non si inventa, ma si incontra.
Nasce quando la sua libertà, passata attraverso la solitudine, trova finalmente riposo nell’obbedienza.

Ed è allora che il cavaliere non è più solo.

Perché chi obbedisce alla Chiesa non entra in un’istituzione morta.
Entra nella compagnia vivente di Cristo.
Entra nel luogo in cui il Risorto continua a farsi incontrare.
Entra nella storia vera della salvezza.

E allora la solitudine non è più l’ultima parola.

L’ultima parola è una Presenza.

Prof. Giancarlo Restivo, direttore Schola “Carlo Magno”

Bibliografia  

  • Bibbia di Gerusalemme
  • Catechismo della Chiesa Cattolica
  • Concilio Vaticano II, Lumen Gentium; Dei Verbum
  • San Pio X, Pascendi Dominici Gregis
  • Joseph Ratzinger / Benedetto XVI, Introduzione al cristianesimo
  • Romano Guardini, Il Signore
  • Luigi Giussani, Il senso religioso
  • Luigi Giussani, All’origine della pretesa cristiana
  • Luigi Giussani, Perché la Chiesa
  • Henri de Lubac, Meditazione sulla Chiesa
  • Sant’Agostino, Confessioni
  • Sant’Ireneo di Lione, Contro le eresie
  • San Bernardo di Chiaravalle, Elogio della nuova cavalleria
  • Bartolo Longo, Scritti scelti / fonti ufficiali del Santuario di Pompei
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