Nel racconto evangelico delle tentazioni nel deserto c’è un passaggio che colpisce sempre: il tentatore si rivolge a Gesù dicendo «Se tu sei Figlio di Dio». Non nega, insinua. Non contesta apertamente, ma propone una via: dimostra, manifesta, rendi evidente. Trasforma la tua identità in potere visibile. In segno. In spettacolo.
È la tentazione messianica: essere riconosciuto senza passare dall’obbedienza, dalla missione ricevuta, dalla forma voluta dal Padre. È la proposta di una identità auto-evidente, auto-legittimata, non ricevuta ma esibita.
Gesù rifiuta. E lo fa con una parola che svela tutto: «Non tenterai il Signore Dio tuo». È impressionante: mentre è tentato, Egli pronuncia una parola che nella Scrittura è rivolta a Dio. E la applica a Sé. Non si difende soltanto: si colloca. Non rivendica: rivela. Chi tenta Lui tenta Dio. Ma il tentatore non vede. Non perché gli manchino indizi, ma perché è prigioniero del proprio progetto: vuole un Messia secondo la propria idea di Messia. Non riconosce il reale che ha davanti.
Questa dinamica non appartiene solo al deserto. Attraversa la storia e raggiunge anche noi. Esiste infatti una forma simbolica di quella stessa tentazione: la tentazione del mantello.
Il mantello, nella tradizione cavalleresca, è segno di appartenenza ricevuta. Non è un ornamento, è una trasmissione. Non è un simbolo scelto, è un segno conferito. Rimanda a un’origine, a una successione, a un corpo storico che precede e fonda chi lo porta. Il mantello autentico non dice: «Io sono qualcosa». Dice: «Io appartengo».
Ma proprio per questo il mantello può essere falsificato. Può diventare la via per costruirsi un’identità senza origine reale, per indossare un significato senza trasmissione, per apparire ciò che non si è ricevuto. Allora il segno non rimanda più a una storia che precede, ma a un desiderio che si auto-giustifica. E nasce la pseudo-tradizione.
È un fenomeno sottile e insieme evidente: genealogie improbabili, continuità inventate, discendenze immaginarie, investiture auto-conferite. Non semplice ignoranza: spesso si tratta di costruzioni consapevoli, mantenute attraverso autosuggestione e reciproca conferma. Si manipola la storia, si selezionano frammenti, si fabbricano documenti, si crea una narrazione che permetta di dire: «Io sono». Non perché ricevuto, ma perché dichiarato.
Qui si tocca il cuore antropologico della questione. L’uomo ha bisogno di significare qualcosa. Di essere qualcuno. Se questa esigenza non trova una via reale, può cercare una via simbolica compensativa. Il mantello diventa allora una risposta dopaminica all’insuccesso esistenziale: mostrare di essere ciò che non si è riusciti a diventare. Ma proprio per questo diventa fragile: perché ammettere che il mantello è fittizio significherebbe perdere anche l’identità costruita su di esso. E così la finzione deve essere difesa, ampliata, ritualizzata.
È la stessa logica del deserto: essere qualcosa senza obbedienza, gloria senza missione, identità senza mandato. Satana propone a Cristo di manifestare una filiazione senza passare dalla forma voluta dal Padre. Alcuni ambienti propongono a se stessi una cavalleria senza passare dalla trasmissione reale. Cristo rifiuta. L’uomo può accettare.
Ma qui emerge la differenza decisiva tra tradizione e pseudo-tradizione. La tradizione autentica non nasce dall’uomo che si dà un’origine, ma dall’origine che si dà all’uomo. È ricevuta. Trasmette ciò che non si possiede da sé. Per questo la fede cristiana è radicalmente ecclesiale. Non perché la Chiesa aggiunga qualcosa a Cristo, ma perché Cristo ha scelto una forma storica di trasmissione: un corpo, una successione, dei segni efficaci. La salvezza non è auto-prodotta.
«Lasciatevi riconciliare con Dio», dice Paolo. Non: riconciliatevi. La forma passiva è rivelativa: la riconciliazione è ricevuta, non generata. Implica un luogo, una mediazione, una storia che precede. Implica la Chiesa. Non una tradizione costruita a misura del proprio desiderio, ma una tradizione che giudica il desiderio e lo compie. Non un Cristo elitario, di proprietà di un gruppo o di un’iniziazione, ma il Cristo reale che si dà nei segni che ha istituito.
Per questo ogni pseudo-cavalleria è, in fondo, una cristologia ridotta: propone un’appartenenza senza obbedienza, una elezione senza missione, un segno senza sacramentalità. È un mantello senza Croce. E dunque senza verità.
La cavalleria cristiana autentica, invece, nasce esattamente dall’opposto della tentazione del deserto: non dal mostrarsi, ma dal seguire; non dal dichiararsi, ma dal ricevere; non dall’auto-investitura, ma dall’invio. Il cavaliere non è colui che indossa un segno per significare se stesso, ma colui che porta un segno che lo supera. Il mantello autentico pesa, perché ricorda continuamente che l’identità è dono, non conquista simbolica.
In questo senso la scena del deserto illumina anche la questione cavalleresca. Satana propone a Cristo di essere Figlio secondo una modalità visibile e auto-evidente. Cristo rimane Figlio secondo la modalità ricevuta dal Padre. Non scende dal cammino dell’obbedienza. Non anticipa la gloria. Non trasforma il segno in spettacolo. Resta dentro la forma ricevuta.
Così anche l’uomo: o accetta un’identità ricevuta, che lo lega a una storia e lo chiama alla conversione, o costruisce un’identità simbolica che lo protegge dalla realtà. Nel primo caso nasce la tradizione. Nel secondo la pseudo-tradizione. Nel primo il mantello rimanda a una origine. Nel secondo copre un vuoto.
Per questo la Chiesa custodisce con tanta fermezza la distinzione tra trasmissione reale e invenzione spirituale. Non per difendere un potere, ma per custodire la verità dell’uomo: che nessuno si dà da sé il proprio significato. Che nessuno si riconcilia da sé. Che l’identità più profonda è sempre ricevuta.
Il deserto, allora, non è lontano. Ogni volta che l’uomo è tentato di mostrarsi qualcosa invece di diventarlo attraverso una appartenenza reale, la voce ritorna: «Se sei… dimostralo». E ogni volta la risposta di Cristo indica la via: non tentare Dio, non forzare l’identità, non anticipare la gloria. Ricevi. Obbedisci. Appartieni.
Solo così il mantello non è maschera, ma memoria. Non costruzione, ma trasmissione. Non compensazione, ma vocazione. E l’uomo non deve più inventare tradizioni per significare se stesso, perché è già dentro una storia che lo precede e lo compie.
Bibliografia
Sacra Scrittura
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Bibbia, Mt 4,1-11; Lc 4,1-13 (tentazioni di Cristo)
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Bibbia, Dt 6,16 («Non tenterai il Signore Dio tuo»)
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Bibbia, 2Cor 5,20 («Lasciatevi riconciliare con Dio»)
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Padri della Chiesa
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Teologia e cristologia
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Ecclesiologia e tradizione
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Discernimento su esoterismo e pseudo-tradizioni
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Jean-Claude Larchet, La spiritualità orientale e la gnosi moderna
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René Guénon, Il regno della quantità (pseudo-tradizione)
Cavalleria cristiana autentica
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San Bernardo di Chiaravalle, De laude novae militiae
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Regola dell’Ordine del Tempio (fonti medievali)
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Alain Demurger, I Templari (storia critica)
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Franco Cardini, Alle radici della cavalleria medievale
Antropologia cristiana dell’identità ricevuta
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Luigi Giussani, Il senso religioso
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Luigi Giussani, All’origine della pretesa cristiana
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Luigi Giussani, Perché la Chiesa